Nell’amministrazione guidata da Donald Trump, la gestione della guerra contro l’Iran sta iniziando a provocare strappi tra il tycoon e i suoi stessi uomini. Joe Kent, nominato solamente lo scorso luglio alla guida del Centro nazionale antiterrorismo degli Stati Uniti, lascia l’amministrazione in aperta polemica con la guerra contro l’Iran. L’annuncio è arrivato martedì attraverso un messaggio pubblicato sui social, in cui l’ex candidato repubblicano nello Stato di Washington ha spiegato di non poter sostenere il conflitto in corso.
“Non posso in coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran”, ha scritto Kent. Nel suo messaggio, l’ex funzionario ha sostenuto che l’Iran non rappresentasse “una minaccia imminente” per gli Stati Uniti e ha aggiunto che “è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.
Sui social, Kent ha postato la sua stessa lettera di dimissioni indirizzata al presidente, in cui ha scritto: “Non posso appoggiare l’invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non apporta alcun beneficio al popolo americano né giustifica il costo di vite americane”. Nello stesso testo ha rivolto un appello diretto a Trump, sostenendo che “le carte sono nelle sue mani” e aggiungendo: “Prego che riflettiate su ciò che stiamo facendo in Iran e per chi lo stiamo facendo. È giunto il momento di agire con coraggio”.
Le parole di Kent segnano una netta presa di distanza dalla linea della Casa Bianca. La portavoce Karoline Leavitt ha infatti definito “assurda” l’accusa secondo cui Israele avrebbe fatto pressioni su Donald Trump. In un messaggio pubblicato su X, Leavitt ha scritto che il presidente disponeva di prove “solide e inconfutabili” del fatto che l’Iran “avrebbe attaccato per primo gli Stati Uniti”. La portavoce ha inoltre aggiunto: “In qualità di persona che assiste quotidianamente al processo decisionale del presidente Trump, posso testimoniare che egli cerca sempre di fare ciò che è nel migliore interesse degli Stati Uniti d’America, punto e basta”.
Le dimissioni di Kent hanno effetto immediato e arrivano mentre la guerra in Iran, lanciata da Stati Uniti insieme a Israele lo scorso 28 febbraio continua a provocare tensioni anche all’interno dell’area politica che si riconosce nell’impostazione “America First”.
Nel suo incarico, Kent guidava una struttura con oltre mille dipendenti e rispondeva direttamente al Direttore dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard. Il Centro nazionale antiterrorismo era stato creato dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 e rappresenta uno dei nodi centrali dell’apparato di sicurezza statunitense.
Considerato una figura controversa già prima della nomina, Kent aveva incontrato una forte opposizione da parte dei democratici dello Stato di Washington. All’epoca, la senatrice Patty Murray lo aveva definito “palesemente inadatto”. Dopo l’annuncio delle dimissioni, Murray ha scritto su X: “Finalmente ci siamo liberati di Joe Kent, un vergognoso suprematista bianco, ma questa è un’importante ammissione pubblica del fatto che NON c’era alcuna giustificazione per questa guerra”.
L’opposizione di Kent all’intervento militare si intreccia anche con la sua esperienza personale. Ex Berretto Verde, ha partecipato a quasi una dozzina di missioni, soprattutto in Iraq. Nel 2019 ha perso la moglie Shannon, uccisa in Siria in un attentato suicida. Dopo quella morte si è avvicinato alla politica, candidandosi due volte al Congresso nel terzo distretto dello Stato di Washington e facendo propria l’agenda trumpiana. Nella sua prima corsa elettorale era riuscito a sconfiggere alle primarie la deputata repubblicana uscente Jaime Herrera Beutler, ma in entrambe le occasioni è stato poi sconfitto alle elezioni generali dalla democratica Marie Gluesenkamp Perez.
Kent non era nuovo alle polemiche nemmeno all’interno dell’amministrazione. Lo scorso anno figurava tra i partecipanti alla chat di gruppo su Signal in cui alti funzionari condividevano informazioni riservate sui piani per un’azione militare in Yemen, con la presenza del giornalista Jeffrey Goldberg, direttore del magazine The Atlantic, inserito per errore all’interno del gruppo. Secondo quanto riportato dai media USA, Kent avrebbe inoltre esercitato pressioni sugli analisti dell’intelligence affinché rivedessero una valutazione sui legami tra il governo venezuelano e la banda Tren de Aragua, in modo da allinearla meglio alle politiche di Trump.
[a cura di Simone Cantarini]

